Il Libro. «Alla sera della vita. Riflessioni sulla fase terminale della vita terrena» della CEI

Il Libro. «Alla sera della vita. Riflessioni sulla fase terminale della vita terrena» della CEI

«La Chiesa vive e fa vivere ancora oggi quella saggezza, profondamente umana e umanizzante, con cui nel corso dei secoli ha accompagnato uomini e donne nell’abitare con dignità e speranza il proprio morire. La Chiesa intende così dare il proprio contributo per recuperare la dimensione autenticamente umana del processo del morire, poiché ricercare e attuare ciò che è rispettoso della dignità di ogni persona è pienamente rispondente alla sua missione e all’espressione più autentica dell’agire del credente».

I progressi scientifici e della medicina hanno modificato la fisionomia del concetto di “morte” nell’immaginario collettivo.  …

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Cei: “Il morente è un soggetto relazionale e non un oggetto di cura”

Cei: “Il morente è un soggetto relazionale e non un oggetto di cura”

Cura e relazione. Il mandato di papa Francesco ai medici è chiaro: “Se il giuramento di Ippocrate vi impegna ad essere sempre servitori della vita, il Vangelo vi spinge oltre. Ad amarla sempre e comunque. Soprattutto quando necessita di particolari attenzioni e cure”.

Trattamenti proporzionati
Secondo la Pontificia Accademia per la Vita, occorre affermare che è legittimo per il paziente non iniziare o sospendere i trattamenti. Quando, attraverso un adeguato dialogo con i medici (e con i familiari), egli giudica che siano sproporzionati. In questo caso non si intende procurare la morte. Ma si riconosce di non poterla impedire (cfr. Catechismo Chiesa Cattolica 2278).

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“Temi scelti di Diritto vaticano”, un libro per conoscere l’ordinamento dello Stato più piccolo del mondo

“Temi scelti di Diritto vaticano”, un libro per conoscere l’ordinamento dello Stato più piccolo del mondo

Per conoscere meglio l’ordinamento dello Stato della Città del Vaticano, è stato dato recentemente alle stampe un volume dal titolo “Temi scelti di Diritto vaticano”. Il libro, edito per i tipi della Editoriale Romani, è frutto del lavoro di ricerca di Matteo Cantori, già autore nel 2016 di un manuale sulla diplomazia della Santa Sede. Cantori ha inserito la sua ultima opera nella neonata Collana “Auxilia Juridica” che ha lo scopo di agevolare la conoscenza e lo studio di temi giuridici scelti.

L’Ordinamento dello Stato pontificio, nella sua singolarità, presenta dei temi analoghi a qualsiasi altro Ordinamento statale. Detti temi vanno inquadrati secondo le fonti e le normative vigenti entro i confini del medesimo Stato. Ci si potrebbe domandare se alcuni degli stessi – appositamente scelti per una ricerca rapida ed originale – possano avere un senso anche solo a livello giuridico nel perimetro statale più piccolo al mondo. Eppure ce l’hanno, seguono una logica, si adattano a quelle che vengono definite le normative sovranazionali.

L’operatore di Diritto Vaticano, soprattutto se alle prime armi, potrà trovare una qualche utilità in questi temi, tra le righe dei quali si potrebbe intravedere anche una riflessione extragiuridica.

Il lavoro di Cantori, a cui va riconosciuta una lettura attenta e uno studio ragionato, torna utile a coloro non solo che studiano discipline ecclesiastiche, ma anche per quanti desiderano comprendere le dinamiche che intercorrono nei rapporti tra l’ordinamento civile e la Chiesa cattolica romana.

 

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Due parole grandi e terribili. La morte, tra dignità e speranza

Due parole grandi e terribili. La morte, tra dignità e speranza

Nei giorni in cui il mondo conta a milioni i suoi malati e i suoi morti per l’invisibile nemico che a ondate l’insidia, nei giorni che precedono un Natale di impediti abbracci fra i vivi, un ampio documento della CEI parla in modo profondamente umano di malattia e di morte. S’intitola ‘Alla sera della vita’ e offre ‘riflessioni sulla fase terminale della vita terrena’.

Pensieri e quesiti che da sempre abitano la mente e il cuore degli uomini, e di cui ognuno avverte l’incombere inquieto, fino a censurarne l’angoscia segreta. La morte, la nemica. Quella dei nostri cari, i volti perduti, le parole d’amore troncate.

La nostra morte, attesa inattesa, scongiurata inesorata, lo scacco assurdo. Oppure, la morte sorella? E la vita, il miracolo acceso in un granello del cosmo fatto di miliardi di stelle senza vita. Perché la malattia, il dolore? Che fare alla sera della vita?

Il documento è denso. Ha un impianto di forte umanesimo: c’è antropologia, etica, diritto; c’è naturalmente il radicamento teologico e l’indirizzo pastorale. In larga misura contiene cose già dette e riprese, punti certi d’approdo. La parte più bella è quella scritta col cuore; quella che illumina la grandezza e la bellezza dell’essere umano, la sua vocazione a pienezza di vita; quella che focalizza la relazione come alimento essenziale della vita, e fa emergere in specie la relazione di cura come modello umano dell’arte della salute; quella che proietta la sera della vita su un’alba di speranza.

Due parole, grandi e terribili, sembrano infatti anticipare nell’introduzione le emozioni che il lettore incontrerà. Una è dignità, l’altra è speranza. Dignità è parola che ricorre in infiniti testi di leggi, trattati, dichiarazioni, senza poterla definire, se non per intuizione. Qui è dichiarata in esplicito: è la grandezza nativa della persona umana, è la differenza specifica che attinge un vertice (il pensiero, la coscienza e la libertà) che stacca l’uomo dal determinismo che regola il cosmo. In una visione anche solo

terrestre si direbbe che una creatura così è ‘poco meno di un dio’; nella fede è immagine di Dio. Quale rispetto, dunque, quale empatia, quale condivisione, quale cura merita la sera della vita. In ogni condizione in cui versi, forte o fragile, sana o malata, nascente o morente, la persona umana ha lo stesso valore, la stessa dignità. Nessuna vita può essere abbandonata, svilita, scartata.

C’è chi parla di ‘morire con dignità’ e lo intende come rifiuto d’una vita penosa.

Anche il documento parla del morire con dignità, e lo chiama diritto; ma lo inserisce nella diversa cornice sapienziale ed etica che è ‘umanizzare il morire’, con l’ausilio della terapia del dolore e la rinuncia a mezzi sproporzionati.

Dottrina assodata, che rifiuta sia l’eutanasia e l’abbandono sia l’accanimento terapeutico. Tornano gli asserti sull’arte medica, la beneficialità, il dialogo, la coscienza. Ma etica e diritto non rubano spazio alla passione con cui si disegna il rapporto esistenziale del dono di sé, qualcosa di simile, più che a un rispetto, a un amore. Soluzione, forse, a tanti momenti conflittuali che amareggiano il mondo della salute, e persino a tanti casi di coscienza. Non sono ignorate le difficoltà che nascono da talune ambigue disposizioni di legge, non si tace sul primato della coscienza.

Ma questo, come pure la coerente esclusione di pratiche eutanasiche o di suicidio, si innesta in un orizzonte più grande che non un catalogo di precetti. Tocca la stessa vocazione umana. E l’altra parola grande e terribile: la speranza. Quando tutto sembra arrestarsi e crollare davanti alla barriera della morte, rivelando la fragilità e precarietà della vita, è possibile abitare il proprio morire con speranza. Sperare è pensare un futuro, sperare è attenderlo. L’attesa è una fede, una prova nei deserti del dubbio. Ma fra tutte le attese c’è un ‘attender certo’ che è la speranza. Essa ancora germoglia nel solco della morte, quando la sintesi della vita consumata può giudicarsi secondo la misura dell’amore. Tre virtù teologali allacciate alla morte. A una sorella morte, che è soglia di Vita.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 17 dicembre 2020

Tratto da Avvenire:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/due-parole-grandi-e-terribili

Recensione di “Alla sera della vita”

Recensione di “Alla sera della vita”

Aprire gli occhi alla vita, quando si nasce. Aprire gli occhi alla vita eterna, quando si muore. In mezzo c’è l’esistenza di una persona che, come un arco temporale, inizia e finisce. Il contesto sociale e antropologico del tempo attuale è diventato sempre più possessivo rispetto alla vita, soprattutto alla vita nel suo ultimo miglio, quello terminale. Possessivo inteso come un non permettere ad alcuno di mettere le mani sulla persona che sta morendo, lasciando a lei ogni decisione. Sta di fatto, però, che nelle mani di qualcun altro ci siamo sempre: dai primi vagiti, agli ultimi aliti di respiro, prima di congedarsi per sempre.

L’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI ha pubblicato un prezioso testo (con Editoriale Romani) per non perdere e disperdere la necessità di morire umanamente, coniugata a quella del vivere con umanità. Umanità è uno stile di vita da ritornare ad esercitare nelle relazioni quotidiane e in ogni ambiente. Oggi, morire in casa fa paura perché non si chiama più la morte sorella (così come Francesco d’Assisi c’ha indicato). I miei genitori sono morti entrambi in casa nel loro letto matrimoniale e noi tre figli, al momento del congedo, accanto e attorno per ricevere il bene anche da quel distacco.
Un plauso, dunque, a don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della salute che ha elaborato questo testo (discusso ovviamente in Commissione episcopale di settore, come avviene di prassi per ogni ufficio specifico). Quattro capitoli, articolati in paragrafi, che attraversano 1. il senso della vita ivi connessa alla morte, 2. le implicazioni etiche-giuridiche, 3. le questioni scientifiche-cliniche, 4. l’accompagnamento spirituale a più volti del prendersi cura.
Suggerisco questo testo ai genitori, agli educatori degli Oratori, della pastorale giovanile, familiare, ai docenti, perché ri-prendere a educare, ovvero – al saper stare oggi al mondo con tutto se stessi – passa anche dall’affrontare il patire, il soffrire, il morire. Non c’è un App che fa questo servizio. In primis ci sono i genitori, gli educatori, i docenti a esercitarlo.

 

La recensione

Oltre: l’aurora splende anche di sera

Oltre: l’aurora splende anche di sera

Don Giuseppe Maria Bachetti, le sue poesie.

Si definisce “il prete più felice del mondo” e da qualche giorno ha dato alle stampe il suo ultimo libro, intitolato ‘Oltre: l’aurora splende anche di sera’. Stiamo parlando di don Giuseppe Maria Bachetti, sacerdote ascolano di 72 anni che da sempre si diverte scrivendo poesie, molte delle quali decisamente sublimi. ’Oltre’ è proprio una raccolta di testi poetici, il cui filo conduttore è la celebrazione della vita sotto tutti i suoi vari aspetti: dalla spensieratezza all’armonia, dalla sofferenza subìta alla speranza di un futuro migliore, dal dolore di un’esistenza difficile alla gioia dell’essere presenti con determinazione e forza di volontà. “La mia poetica – spiega don Giuseppe – si basa sulla certezza che, benché il vivere insieme comporti tante difficoltà e innumerevoli ostacoli, il mondo ha bisogno di persone che mettano in comune obiettivi straordinari, uniscano le loro forze per costruire un futuro sempre migliore. E tutto questo può avvenire solo amando la propria storia, la propria terra, la propria vita, amando l’umanità intera. L’uomo deve sentire il bisogno fondamentale di costruire, giorno per giorno, amore e solidarietà, condivisione e uguaglianza. L’uomo – conclude il prete e scrittore ascolano – ha bisogno di alzare lo sguardo verso l’Alto per poter così essere illuminato nel profondo del suo cuore”. Diplomato in scienze umane con il massimo dei voti, don Giuseppe Bachetti ha svolto gli studi di teologia all’Antoniano di Bologna, per poi essere ordinato sacerdote nel 2009.

Matteo Porfiri

© Riproduzione riservata 

Il Resto del Carlino

Titolo: Oltre. L’aurore splende anche di sera.

Autore: Bachetti, Giuseppe M.

Editore: Nova Millennium Romae

Luogo di edizione: Roma

Data di pubblicazione: 12 / 10 / 2020

Stato editoriale: Attivo

Prezzo: € 10,00

EAN: 9788898498086